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Wislawa Szymborska e la sua gioia di scrivere


  L’assegnazione del Premio Nobel per la Poesia del 1996 alla poetessa polacca Wislawa Szymborska (Bnin, 2 luglio 1923) suscitò negli ambienti letterari del nostro paese stupore generale misto a sottile ironia. I suoi versi infatti, già tradotti a partire dagli anni Cinquanta in quasi tutte le lingue europee (russo compreso nella versione di Anna Achmatova) erano apparsi fino a quel momento in Italia solo in pubblicazioni antologiche e riviste, accompagnati da sommarie indicazioni bigrafiche e pochissime riflessioni critiche.

Ancora oggi, a distanza di anni, la situazione è cambiata di poco. Fra i lavori migliori dedicati alla Szymborska c’è da segnalare: La gioia di scrivere, volume edito da Adelphi a cura di Pietro Marchesani che raccoglie poesie composte dal 1945 al 2009. A contribuire allo scarso successo letterario di quella che oggi è considerata una delle più importanti voci viventi della poesia europea è stato indubbiamente il carattere schivo e riservato dell’autrice, poco propensa a parlare di sè e della sua produzione, come ebbe lei stessa modo di sottolineare in una recente intervista: <<Preferirei rivendicare il diritto di non scrivere sulla mia poesia. Quanto più l’attività creativa mi assorbe, tanto meno sento la voglia di formulare un credo poetico… >>. Lasciamo che siano i suoi versi a farlo:

 

Cadenti dal cielo

La magia se ne va, benchè le grandi forze

restino al loro posto. Nelle notti d’agosto

non sai se la cosa che cade sia una stella,

nè se a dover cadere sia proprio quella.

E non sai se convenga bene augurare

o trarre vaticini. Da un equivoco astrale?

Quasi non fosse ancor giunta la modernità?

Quale lampo ti dirà: sono una scintilla,

davvero una scintilla d’una coda di cometa,

solo una scintilla che dolcemente muore –

non io sto cadendo sui giornali del pianeta,

e quell’altra, accanto, ha un guasto al motore.

 

La pozzanghera

Ricordo bene quella paura infantile.

Scansavo le pozzanghere,

specie qelle recenti, dopo la pioggia.

Dopotutto qualcuna poteva non avere fondo,

benchè sembrasse come le altre.

 

Farò un passo e d’improvviso sprofonderò tutta,

comincerò a volare verso il basso

e ancora più in giù verso il basso,

verso le nuvole riflesse

e forse anche oltre.

 

Poi la pozzanghera si asciugherà,

si chiuderà su di me,

ed eccomi rinchiusa per sempre – dove –

con un grido non arrivato in superficie.

 

Solo in seguito ho capito:

non tutte le brutte avventure

rientrano nelle regole del mondo

e se anche lo volessero,

non possono accadere.

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